30 maggio 2016 admin

Dimemo, la diga che ingabbia le onde

Alla Seconda Università un valente e giovane gruppo di ricerca guidato dal prof. Vicinanza, esperto di Ingegneria costiera

I porti del futuro si studiano ad Aversa

Ingabbiare la potenza del mare: sembrerebbe un’impresa biblica. Invece c’è chi ci è riuscito a Napoli, in uno dei centri di eccellenza sullo studio dei moti ondosi. Di ‘Dimemo’ (acronimo per Diga marittima per l’energia del moto ondoso) si è parlato molto in questi ultimi mesi come la prima diga che sfrutta il principio della tracimazione per creare energia elettrica dalle onde del mare, ma questo è solo l’ultimo frutto di oltre dieci anni di ricerca del prof. Diego Vicinanza e della sua equipe.

Il prof. Vicinanza, associato del Dipartimento di Ingegneria Civile, Design Edilizia e Ambiente della Sun, docente di Costruzioni idrauliche e marittime e Idrologia, dopo la laurea in Ingegneria Civile alla Federico II e diversi anni di studi all’estero, ha dato vita, nel 2006, al gruppo di ricerca che negli anni ha portato avanti gli studi sull’energia delle onde. “Ho lavorato moltissimo all’estero in tante Università e centri di ricerca come esperto di ingegneria costiera – racconta il docente – Nel 2006 sono stato chiamato come esperto visiting professor all’Università di Aalborg in Danimarca, per partecipare ad un progetto sulla wave energy. Aalborg è stata ed è leader del settore e chiaramente la collaborazione con loro mi ha dato l’opportunità di diventare un esperto in questo campo. In circa dieci anni! Ho consolidato l’esperienza anche grazie al fatto di essere stato per due anni ricercatore sempre ad Aalborg (2012-2013)”.
Ma come ha portato in Italia le competenze acquisite all’estero? Quali difficoltà incontra chi vuole fare ricerca nel nostro Paese? “Le maggiori difficoltà – risponde – sono state legate alla discrasia esistente nelle politiche di finanziamento alla ricerca in Italia e all’estero. Gli investimenti italiani sono molto pochi e questo si riflette direttamente sulla nostra disponibilità di strumentazione e sull’estrema difficoltà di mantenere all’interno dei gruppi di ricerca i giovani, che all’estero rappresentano invece un motore molto importante dell’innovazione. Se vogliamo fare un confronto con i nostri colleghi in Danimarca, ad esempio usando la metafora di una gara di Formula 1, è come se noi corressimo in 500 e loro in Ferrari. Interfacciandomi con università estere mi trovo di frequente a parlare con ragazzi italiani che sono rimasti lì a lavorare, dove guadagnano molto di più e hanno più possibilità di carriera: questo vuol dire che li formiamo molto bene, ma spesso non riusciamo a trattenerli”.
Con impegno e costanza “ce la si può fare”
Cita il caso dei suoi allievi che hanno scelto di andare via: “l’ultimo ha trovato lavoro in una grande azienda inglese”. Però, rincuora, “con impegno e costanza ce la si può fare: se ce l’ho fatta io, ce la possono fare anche gli altri!”. Poi sottolinea come la SUN “abbia apprezzato il mio lavoro premiandolo, nel 2009, con un finanziamento di Ateneo sostanzioso (circa 100mila euro). Ed ancora oggi la nostra Università stimola molto la mobilità dei ricercatori sia in entrata che in uscita”.
Il gruppo di ricerca, formato anche da giovani dottorandi e assegnisti di ricerca, si è mantenuto inizialmente proprio grazie ad un primo progetto, dal titolo ‘Convertitori di energia ondosa per la produzione di energia elettrica’, riconosciuto nel 2007 come primo classificato nella graduatoria di Ateneo dei progetti finanziati di rilevante interesse scientifico e tecnologico; mentre in seguito sono stati diversi i progetti che hanno trovato finanziamenti soprattutto europei. Il prof. Vicinanza cita fra quelli…
Articolo pubblicato sul nuovo numero di Ateneapoli in edicola (n. 2/2016)